Aree Produttive Dismesse

A cura della Redazione Nagorà

In epoca post-industriale, i fenomeni di riconversione delle aree produttive dismesse rappresentano uno dei caratteri precipui del territorio contemporaneo quasi a rappresentarne, in qualche modo, una forma emblematica. Ed è proprio questo cambiamento nelle dinamiche territoriali (non più crescita, ma ormai esclusivamente trasformazione e riconversione dei luoghi), che ha consolidato un diverso atteggiamento che, anche nei più recenti programmi di rigenerazione urbana, porta a misurarsi costantemente con ciò che è preesistente e al suo valore di testimonianza. Per Napoli, ça va sans dire, l’area produttiva dismessa di cui ci occupiamo in questo numero è Bagnoli o, più precisamente, la piana di Coroglio. Oggetto di definitiva dismissione produttiva all’inizio degli anni novanta del secolo scorso, in seguito alla chiusura dello stabilimento Eternit nel 1985 e dell’impianto siderurgico Ilva nel 1991, l’area si offre in quegli anni a numerose proposte progettuali di riconversione territoriale, per poi approdare alla più decisa opzione di recupero ambientale e di valorizzazione delle potenzialità paesaggistiche e naturali, contenuta nella Variante al PRG per la zona occidentale del 1998, poi confermata nel 2005 con il Piano Urbanistico Esecutivo per l’ambito di Coroglio. Un Piano oggi scaduto senza attuare le scelte fondamentali, in una sequela di errori e di inceppi burocratico-legislativi che, per anni, hanno impedito e tuttora impediscono di restituire questa zona di incomparabile bellezza alla città. E a prescindere se fossero più o meno condivisibili le scelte progettuali di allora, ci si chiede oggi quanto l’efficacia di un progetto urbanistico, la sua attuabilità, debbano fare la differenza, senza volerci addentrare nella disputa attuale sulla legittimità di chi dovrebbe pianificare. Tuttavia è forse utile sottolineare, per ciò che riguarda i contenuti, che forse non è sufficiente decidere oggi quali funzioni scegliere per questo luogo, che ieri si misurava su una dimensione urbana e oggi invece guarda ad una dimensione metropolitana, ma è necessario stabilire come queste funzioni stanno insieme, secondo quale pensiero progettuale complessivo. Stabilire, in altri termini, che il nuovo progetto urbanistico per Bagnoli-Coroglio non potrà essere solo la sommatoria di interventi singoli, ma dovrà necessariamente rappresentare l’espressione di una visione unitaria. Da questo punto di vista, nel consueto confronto che facciamo con analoghe esperienze internazionali, abbiamo scelto il caso della Ruhr,  della regione tedesca attraversata dal fiume omonimo, un tempo la miniera di carbone che riforniva tutta la Germania e oggi, dopo la fase della dismissione e dell’avvio di ambiziosi programmi di riqualificazione e riconversione, è diventata una regione che è riuscita a valorizzare il suo patrimonio, trasformando le tante città presenti da centri industriali a prestigiose mete culturali. In particolare abbiamo scelto ad Essen il complesso industriale minerario Zeche Zollverein, dichiarato sito Unesco dal 2001, che rappresenta un po’ il simbolo del programma di riconversione ambientale dell’intera regione. Una riconversione ambientale che, senza la presunzione di ritornare ad una condizione originaria, si misura sempre con la preesistenza industriale, la valorizza, calibra la possibilità di interventi contemporanei, valuta di volta in volta l’opportunità e la possibilità di una bonifica che possa consentire diversi usi dei luoghi. Un modello di rigenerazione da cui trarre qualche utile indicazione. Senza ricominciare ogni volta.

Carlo De Luca

23 febbraio 2016

 

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