Bagnoli: 10 Idee per ricominciare

A cura della Redazione Nagorà

La sorte di Bagnoli è oggi più che mai legata all’esito dei tentativi di rilancio messi in campo dal Governo e dalla Regione Campania. Dopo anni di ritardi e veri e propri fallimenti si intravedono le condizioni per superare immobilismi e veti di varia natura e riportare anche questo straordinario luogo nell’alveo delle esperienze positive di riconversione di un sito industriale, come da tempo si effettuano con successo – e senza eccessivi drammi – sia in Italia che nel mondo.

Non tutto quanto riguarda il passato di Bagnoli e Coroglio è però liquidabile come “inconcludente discussione” ovvero polemiche locali, ma il discorso pubblico sull’area, il riconoscimento dei suoi valori identitari, le criticità e le opportunità offerte dai luoghi, alcune linee di indirizzo per un progetto di rigenerazione urbana, costituiscono a tutt’oggi un patrimonio cui attingere, soprattutto per chi -eventualmente accingendosi a mettere mano ad ipotesi di ridisegno dell’area – non abbia avuto possibilità in passato di partecipare attivamente al dibattito e privo di alcune fondamentali acquisizioni, sia teoriche che operative.

Nella consapevolezza che, in questo ultimo quarto di secolo, molte sono state le prese di posizione sul tema e, il più delle volte, contrastanti le tesi sostenute così come le soluzioni proposte, egualmente è forte oggi una coscienza diffusa (in città, in molte forze e in autorevoli rappresentanti del mondo delle competenze e del sapere) che, in questo determinato momento storico, sia opportuno mettere da parte tutto ciò che divide per compiere uno sforzo collettivo di sottolineatura di alcune questioni, in parte metodologiche ma in primo luogo di merito, per offrire un contributo costruttivo a chi è oggi chiamato ad effettuare una difficile, ma ineludibile, sintesi e, conseguentemente, proposta progettuale.

Con questo esclusivo spirito è stato elaborato il presente documento auspicando che esso sia recepito e che si possa aprire, in città, una fase ulteriore di ascolto e, ancora di più, di confronto tecnico per realizzare, compiutamente, quel modello di partecipazione e condivisione, da parte del territorio, nella definizione di nuovi indirizzi programmatici e più performanti assetti urbanistici.

  1. Il punto di partenza

Così come nel caso del dibattito e delle diverse posizioni emerse non si parte da zero, egualmente ogni ipotesi di trasformazione dei luoghi non può non tenere conto del quadro normativo, vincolistico e pianificatorio vigente nell’area. Si ritiene che, in particolare, le proposte di cui al “Documento preliminare per l’attuazione della Delibera di giunta Comunale n. 270 del 30/04/14” (febbraio 2015), ancorché non recepite formalmente in veste di variante urbanistica, possano rappresentare un possibile riferimento per le successive elaborazioni.

Non va trascurata la circostanza per la quale, nel passaggio dalla prima alla seconda perimetrazione dell’area SIN e dunque di territorio assegnato alla competenza, ed ai poteri, del Commissario straordinario / Soggetto attuatore, alcune aree del comprensorio siano da ultimo rimaste assoggettate esclusivamente alla strumentazione urbanistica comunale e teoricamente fuori dal redigendo Programma di rigenerazione (Arsenale militare, …). In questo caso (a meno che non si realizzino le condizioni di un conferimento volontario delle aree alla società di scopo da costituirsi da parte di Invitalia) ancora più stringente resta il problema del raccordo tra le politiche urbane promosse dal Comune di Napoli e le soluzioni urbanistiche in via di predisposizione da parte della nuova governance.

In secondo luogo  occorre tener presente che sull’area insiste un numero cospicuo di interventi in parte realizzati, a volte quasi conclusi, in altri casi finanziati ma non ancora avviati (Porta del Parco, Turtle Point, Parco dello Sport, Studios, Grande Parco Urbano, ecc.) per i quali, premesso che in taluni casi sarà necessario pervenire ad una definizione del loro attuale status giuridico, patrimoniale e urbanistico (come nel caso delle opere di urbanizzazione previste dal PUA e la procedura di “insinuazione nel passivo fallimentare della Bagnolifutura spa) e per altri la sussistenza o meno di finanziamenti europei, con il trasferimento dei fondi già inclusi nel ciclo di programmazione 2007/2013 in quello successivo 2014/2020 (ad esempio, i 75  milioni per il Grande Parco Urbano), essi non potranno che rappresentare elementi invarianti del sistema, seppure dentro un nuovo disegno e strategia.

  1. Il contesto

Per molti anni l’area di Bagnoli e Coroglio ha rappresentato l’estrema propaggine occidentale della città di Napoli, un territorio cerniera ai confini con la porta d’ingresso al sistema dei Campi Flegrei. La nascita, nel frattempo, della Città Metropolitana di Napoli richiede, anche sotto questa visuale, un riposizionamento nella definizione del contesto di riferimento. Oggi, e sempre più in futuro, l’area costituirà una parte significativa della nuova realtà costituita appunto dalla Città Metropolitana: comunque la si perimetrerà, la zona omogenea flegrea costituirà, nei fatti, una delle future Municipalità, ricca di abitanti (l’insieme dei comuni flegrei e delle attuali municipalità napoletane 9 e 10 già oggi supera i 320mila abitanti), di assets straordinari per lo sviluppo (beni ambientali e paesaggistici, naturalistici, storici, archeologici, architettonici, ecc.).

C’è da aggiungere che, caso quasi unico in Europa, alla nascita e consolidamento, in termini amministrativi e di governance, di questa vera e propria nuova Città Flegrea si associa la possibilità che in una parte decisiva del suo territorio si possa procedere contemporaneamente al ridisegno funzionale e formale di questo spazio, alla sua riconfigurazione identitaria e a nuovi e conformi assetti spaziali.

  1. La Zona Rossa

Tra le ulteriori novità intervenute nel corso del tempo, a modificare il quadro di riferimento e le stesse condizioni di agibilità per la predisposizione di soluzioni progettuali, la più rilevante sembra essere l’inclusione dell’area del Comprensorio Bagnoli-Coroglio nella cosiddetta Zona Rossa dei Campi Flegrei (Delibera di G.R. n. 669 del 23/12/2014).

La nuova perimetrazione dell’area ad alto rischio vulcanico, comporta conseguenti e responsabili scelte in ordine al nuovo assetto da prevedersi, alle funzioni da allocare, ai processi di antropizzazione che ne deriveranno e, dunque, pesi insediativi.

Da subito, si può affermare che prioritariamente, come elemento strutturante il piano urbanistico e quindi il Masterplan progettuale, dovrà essere il sistema di accessibilità-mobilità dell’intera area, con priorità assoluta alle vie di fuga, in un disegno di razionalizzazione della grande viabilità (collegamento con la Tangenziale, Grande Raccordo Anulare di Napoli, ecc.).

  1. La Bonifica

Fino ad ora, giustamente, si è sottolineata la circostanza per la quale non sarà possibile alcun progetto di rigenerazione urbana di Bagnoli se non si procederà alla bonifica dell’intera area. È solo il caso di aggiungere che, specularmente, va ribadito che non è immaginabile alcun programma di risanamento e riqualificazione che non sia parte di un progetto di ridisegno del territorio e riallocazione di funzioni. Occorrerà, dunque, procedere nell’opera di caratterizzazione dei suoli, di risoluzione delle antiche e gravi problematiche idrogeologiche dell’area anche tramite il potenziamento e interramento del Collettore Arena Sant’Antonio, di progettazione degli interventi di bonifica e disinquinamento del suolo e dei fondali, e contemporaneamente di nuova zonizzazione delle aree ricomprese nel comprensorio, dentro le previsioni progettuali del nuovo Masterplan.

In ogni caso, tutte le possibili soluzioni che potranno essere proposte e messe in campo, dovranno assegnare la dovuta centralità al riconoscimento del fatto che, a Bagnoli-Coroglio, indipendentemente dalla vicenda della perimetrazione SIN, si è in presenza di un territorio con particolari fragilità dovute alla stessa conformazione geologico-morfologica, sottoposto per un periodo significativo della propria storia ad usi distorti e inquinamenti diffusi (del suolo, delle falde, della piana alluvionale, delle acque superficiali e marine, …) cui le nuove soluzioni progettuali e assetti formali e funzionali dovranno assicurare una risposta definitiva.

  1. I drivers progettuali

Ogni progetto, anche di riconversione funzionale e rigenerazione urbana, ha un’anima, un’impronta forte in grado di renderlo riconoscibile, nelle sue scelte, nelle gerarchie che definisce, negli assetti ed equilibri in cui prende forma. Per Bagnoli suggeriamo di assumere come tema portante la realizzazione di una nuova polarità urbana e metropolitana come modello di insediamento sostenibile, qualcosa di più di un nuovo quartiere, che in tutte le sue componenti contribuisca a restituire una visione improntata, da un lato al recupero dei caratteri e valori identitari  del luogo, e dall’altro alla costruzione della città futura. Cioè la Napoli del domani che proprio in quest’area può trovare un’anticipazione, dove ogni elemento del sistema urbanistico-ambientale (le infrastrutture, l’architettura, il paesaggio, le reti, l’approvvigionamento energetico e lo smaltimento dei rifiuti, ecc.) dovrà concorrere a disegnare una città smart, intelligente, sostenibile e autosufficiente, regolata nei tempi di funzionamento, predisposta a fronteggiare cambiamenti climatici.

Questa declinazione del tema dovrà dunque trovare conferma sia alla scala macro del piano (le destinazioni d’uso da prevedere nell’area e gli stessi assetti definiti nel masterplan) che a livello delle singole soluzioni progettuali. A solo titolo esemplificativo si cita la questione della mobilità da garantire all’interno del comprensorio e per la quale, oltre alle tradizionali soluzioni già contemplate, come nel caso del prolungamento della linea metropolitana 6, completamente interrata, potrebbero essere prese in considerazione anche soluzioni alternative. Quali quelle, una volta garantita l’accessibilità dall’esterno per mezzo delle linee metropolitane 2, 6 e 8 ai margini dell’area, di puntare prioritariamente, come mobilità interna, su vettori leggeri, in superficie, non inquinanti, già sperimentati con successo in molte altre parti del mondo, con notevoli vantaggi economici sia in termini di realizzazione che di successiva gestione.

  1. Destinazioni d’uso

La questione delle opzioni progettuali incrocia immediatamente quella delle destinazioni d’uso da prevedersi nella nuova Bagnoli. Recentemente è stato richiamato, da qualcuno, il riferimento al “modello Expo” per l’area flegrea. Si ritiene improprio il paragone: nel caso della rifunzionalizzazione dell’area di Rho-Pero si trattava di inventare una vocazione per un territorio, già agricolo ed urbanizzato in occasione di un evento  straordinario della durata di 6 mesi. Le proposte di risignificazione di questo luogo al limite della specializzazione monofunzionale (università, ricerca scientifica, laboratori, incubatori d’impresa, ecc.) tengono dunque conto della particolare natura di questa parte di territorio, nell’ambito e nell’economia dell’area metropolitana milanese.

 

Bagnoli e Coroglio rappresentano, per tutto quanto ricordato fino ad ora, una porzione significativa della città flegrea e napoletana, nella molteplicità dei suoi asset, nella complessità sociale che la caratterizza. Per  queste ragioni non potrà che essere una parte composita del territorio metropolitano, con una articolazione di funzioni e presenze, che ne assicurino la vitalità e la qualità di vita. Le funzioni allora da insediare dovranno assecondare le caratteristiche del luogo e promuoverne le potenzialità di crescita e valorizzazione, secondo le linee lungo le quali il territorio ha mostrato, nel corso dei secoli, vocazioni e caratteri specifici, da luogo di delizie in epoca romana ai più recenti insediamenti sportivi, per il tempo libero ed universitari, di ricerca, di produzioni tecnologicamente avanzate. Saranno dunque da privilegiarsi funzioni quali quelle legate al turismo (nelle sue accezioni settoriali di turismo balneare, termale, congressuale, culturale, ecc.), il tempo libero e la cultura, insediamenti per la ricerca e il terziario avanzato  (sul modello, ad esempio, dell’annunciato centro di sviluppo della Apple), lo sport, servizi e attrezzature di quartiere e di livello superiore, le residenze nelle forme e dimensioni compatibili con i piani di emergenza di protezione civile.

  1. L’archeologia industriale

Nel caso delle numerose testimonianze del passato legate alla fase industriale vissuta da Bagnoli nel XX secolo, per le quali si è stabilito di conservarle a memoria di quella particolare stagione e conseguente forma del paesaggio, non si possono che condividere integralmente le considerazioni svolte, da ultimo, dall’Amministrazione Comunale di Napoli (Documento preliminare per l’attuazione della Delibera di G.C. n. 270/2014):

“ Il problema del recupero dell’architettura industriale va affrontato secondo diversi aspetti. Gli alti costi di recupero e di messa in sicurezza devono poter essere equilibrati da una flessibilità delle destinazioni d’uso allocabili al loro interno e dalla possibilità di massimizzare la loro volumetria. L’azione innovativa ipotizzabile potrebbe prevedere la ‘liberalizzazione’ delle volumetrie esistenti superando il limite del 200.304 mc. … . Al fine di incentivare gli interventi privati di riconversione, sarebbe possibile consentire, diversamente da quanto la norma attuale prevede, un’ampia gamma di utilizzazioni per la totalità dell’archeologia industriale oggi esistente, a patto che chi interviene per recuperare e gestire tali manufatti lo faccia con risorse proprie e introduca criteri di sostenibilità energetica e ambientale negli interventi.”

Per l’attuazione di questo disegno si dovrebbe prevedere, entro questi nuovi confini programmatici e normativi, il più ampio ricorso a forme di partenariato pubblico-privato, con procedure concorsuali di evidenza pubblica, per la concessione (o cessione) dei beni, previa presentazione dei progetti di recupero e riconversione funzionale, dentro un ventaglio ampio, aperto, di possibili, nuove destinazioni d’uso.

In questo quadro andrebbero recuperate le giuste sollecitazioni per individuare alcuni attrattori da insediare nell’area come poli catalizzatori di flussi turistici ovvero di funzioni pregiate intorno alle quali sviluppare segmenti significativi di indotto, livelli occupazionali, economie emergenti (musei, centri di produzione artistica, distretti culturali, ecc.).

  1. La linea di costa/La Colmata

Se è vero che, in maniera ricorrente, si è riaffacciata, ancora di recente, l’ipotesi di non procedere alla rimozione della colmata per prevederne un uso alternativo, è pur tuttavia acclarato che l’insieme di tutti gli atti, provvedimenti normativi, piani d’area vasta, urbanistici e di dettaglio, fin qui prodotti e resi vigenti, concordano nella disposizione di rimuovere la colmata e ripristinare l’originaria morfologia della linea di costa. Le due ipotesi (eliminazione vs conservazione) non sono dunque equipollenti, da mettersi sullo stesso piano, sia teorico  che di fattualità. Per questa ragione non è immaginabile – anche per i richiami precedentemente fatti ad una coerenza e correttezza metodologica – che si prescinda da questo dato più che consolidato, in circa 20 anni di confronti ma anche di decisioni assunte. Diversamente, se da parte dei responsabili della redazione del Programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbanistica dovesse avanzare una proposta alternativa, andrebbe dimostrata la validità della soluzione sul piano tecnico-scientifico, economico-finanziario, della sostenibilità ambientale, della praticabilità operativa, della compatibilità temporale attesi i tempi di modifiche legislative, dei piani sovraordinati e di area vasta, di quelli urbanistici, ecc.

  1. Il porto turistico

Un’ulteriore questione aperta riguarda la localizzazione del porto turistico, premesso che anche il questo caso, e nonostante alcune prese di posizione che nel tempo hanno provato a contestare la realizzazione dell’opera, la stratificazione di previsioni e strumentazioni urbanistiche, le numerose ipotesi progettuali, i procedimenti avviati, seppure non conclusi (la concessione da parte dell’Autorità Portuale di Napoli della realizzazione e gestione della attrezzatura portuale, ai sensi del “Decreto Burlando”), tutto spinge, allo stato delle cose, per una conferma dell’ipotesi iniziale. Vale a dire che, nell’ambito degli attrattori di cui l’area dovrà dotarsi, il porto turistico rappresenta ancora uno dei nodi strategici per la valorizzazione dell’area.

Altra questione è come, o meglio dove, sia più opportuno localizzare l’attrezzatura portuale, visti i numerosi vincoli esistenti sull’area, nonché le problematiche tecniche, specifiche, relative alla realizzazione di una nuova attrezzatura portuale, e la sua compatibilità con il prioritario obiettivo di recuperare alla balneazione la spiaggia, anche mediante il suo ripascimento, nell’intero tratto di costa. In particolare occorrerà ritornare sulle diverse ipotesi, già oggetto di apposita Conferenza dei Servizi, relative alle soluzioni di un parziale avanzamento dell’impronta dell’impianto, rispetto alla precedente e improponibile versione del porto-canale, ovvero a quella alternativa del porto-isola, connesso al pontile nord. Infine, la nuova (ovvero, la riproposta) versione di un porto turistico localizzato a Nisida. In ogni caso la soluzione dovrà conformarsi alle altre assunte in tema di colmata.

  1. Questioni di metodo

E’ importante la fase di ascolto che si è aperta. Ma assai debole si rivelerebbe se fosse concepita come atto formale dovuto ovvero momento interno ad una strategia di comunicazione.

Tutte le esperienze condotte sin qui, non solo in Italia, insegnano che le probabilità di successo di progetti e piani sono tanto maggiori se condivise, dentro processi di costruzione del consenso che coinvolgono – all’interno di percorsi comunicativi a doppio senso  – sia i decisori che gli stakeholders .

Se questo vale per le grandi infrastrutture lo è a maggior ragione nei casi di rigenerazione urbana, di riconversione funzionale, di ri-significazione identitaria di luoghi che coinvolgono comunità locali.

Non è un caso, allora,  che vengono richiamate metodiche e strumenti quali il Public Engagement, per assicurare, da un lato la legittimazione delle decisioni politiche, e dall’altro fornire garanzie alla comunità, ai soggetti portatori di interesse, al territorio.

Se una esigenza, non comprimibile, resta quella di procedere celermente nelle varie attività stabilite dalla legge, egualmente va assicurata, come pre-condizione di successo delle decisioni da assumere, la trasparenza delle procedure, la partecipazione e condivisione delle soluzioni formulate.

Per questa ragione, si propone il seguente schema metodologico/procedurale che potrebbe, se fatto proprio dai soggetti istituzionali e dai decisori, immediatamente tradursi in un cronoprogramma compatibile con i tempi e gli obiettivi fissati dalla norma di legge:

  • Fase a

Redazione di un Preliminare di Programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbana.

  • Fase b

Confronto aperto / dibattito / Attivazione di procedura per la partecipazione.

  • Fase c

Redazione del Piano urbanistico Attuativo / Planovolumetrico di progetto (attività interna ovvero mediante procedura concorsuale).

  • Fase d

Adozione del Programma / Eventuali osservazioni . Approvazione definitiva del Programma.

  • Fase e

Avvio delle fasi attuative relative alle singole parti (concorsi di architettura, bandi di selezione di operatori privati, ecc.).

Il documento è elaborato dal Gruppo di Lavoro ACEN coordinato dall’arch. Bruno Discepolo

7 marzo 2016

 

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