Bagnoli: ripartire si può

A cura della Redazione Nagorà

Per oltre cento anni l’immagine di Napoli, se non identificarsi del tutto, di certo è stata associata alle alterne vicende di Bagnoli e della piana di Coroglio. Agli inizi del ‘900, e poi per un secolo, la città ha conosciuto uno sviluppo industriale, proiettato verso un possibile destino manifatturiero, definitivamente entrato in crisi negli anni ’70. Con la chiusura della grande fabbrica siderurgica è sembrata dischiudersi una nuova prospettiva, di riscoperta di antiche vocazioni e qualità ambientali e paesaggistiche, per realizzare in quei luoghi i primi nuclei di moderni insediamenti sostenibili. I ritardi accumulatisi nel tempo, gli insuccessi e i veri e propri fallimenti registrati di recente negli ultimi vent’anni, hanno segnato drammaticamente, non solo le prospettive di rinascita dell’area, quanto la credibilità più in generale di Napoli, delle sue istituzioni, rappresentanti politici, classe dirigente. E dunque la domanda che si pone, allo stato delle cose, è se sia credibile ripartire da qui, dall’area flegrea, scommettendo su un suo progetto di rigenerazione urbana (oltre che di risanamento ambientale), per affermare una prospettiva di rinascita della città di Napoli, quantomeno di una sua capacità di arrestane l’attuale declino.

Se la risposta è affermativa, resta da chiedersi in che modo sia possibile evitare di riproporre errori o soluzioni impraticabili, già sperimentate in maniera fallimentare negli anni scorsi, ma soprattutto quale nuovo atteggiamento debba contraddistinguere lo sforzo, l’impegno di tutti perché, diversamente dal passato, la sfida di Bagnoli-Coroglio possa essere vinta e rappresentare, anche simbolicamente, un possibile, nuovo inizio per la città metropolitana di Napoli.

Potrà sembrare banale, o del tutto scontato operando in altri contesti e latitudini, ma non di certo a Napoli, occorrerà uno straordinario lavoro di squadra, una capacità di ciascuno degli attori, istituzionali e non, coinvolti nel progetto di riconversione e riqualificazione dell’area (le forze sociali ed economiche, tecniche e culturali, gli abitanti, le associazioni, il territorio in senso lato) di mettersi al servizio di un progetto condiviso, lasciandosi tutti alle spalle smanie di protagonismo, supponenze o rivendicazioni di primogenitura, logiche ed interessi di parte, formalismi, rifiuto di ogni interlocuzione e accettazione delle idee, del contributo, del ruolo degli altri soggetti, contrapposizioni politiche e strumentalizzazioni elettorali. Fino ad ora si è marciato in ordine sparso, sia sul piano delle idee che delle soluzioni progettuali che, ancora di più, della difesa corporativa di interessi consolidati o presuntivamente acquisibili: il risultato è che hanno perso tutti, e con loro l’intera città.

Forse è venuto il momento di cambiare registro, di verificare se sia possibile ricominciare non da zero, ma almeno da una serie di acquisizioni che costituiscono un patrimonio da difendere. Certo, anche chi da ultimo è stato investito di una grande responsabilità e chiamato ad un difficile esercizio di sintesi ed equilibrio, dovrà dimostrare, al pari di tutti gli attori locali, un profondo senso di umiltà, di capacità d’ascolto, di paziente ricerca di tutto ciò che già oggi, ma a maggior ragione in futuro, dovrà unire le forze in campo, piuttosto che scavare fossati, per realizzare, nell’area occidentale napoletana, nella municipalità flegrea della nuova città metropolitana, l’embrione della Napoli moderna e contemporanea, della metropoli proiettata nel terzo millennio ed in grado di competere con le altre realtà urbane europee ed internazionali.

Bruno Discepolo

Leggi anche Bagnoli 10 idee per ricominciare

 

22 febbraio 2016

6 commenti per questo articolo “Bagnoli: ripartire si può”

  1. Leonia Naldi scrive:

    La storia di Bagnoli è la rappresentazione più sincera della incapacità delle classi dirigenti napoletane di programmare lo sviluppo della città tenendo conto delle grandi trasformazioni imposte dalla modernità che è stata affrontata nelle altre grandi città europee con grande sensibilità verso l’innovazione e l’apertura ai mercati globali ed alla libera circolazione delle persone, delle idee e delle merci. I nostri governanti hanno invece assunto un atteggiamento al più di tipo conservativo esprimendo un provincialismo culturale che si è tramutato in un danno irreversibile per la nostra città. E poi non veniteci a dire che le imprese ed i giovani soprattutto quelli con un titolo di studio di livello alto emigrano . FANNO BENE! Comunque complimenti a Nagorà che almeno tenta una operazione di partecipazione ad un dibattito che riguarda il destino della nostra gente.
    Leonia Naldi

  2. Alessandro Dal Piaz scrive:

    Credo che sulla vicenda del recupero urbano di Bagnoli-Coroglio sia necessaria una valutazione critica adeguata, meno frettolosamente superficiale di quella che vi legge solo il fallimento delle politiche comunali. Ce ne sono certamente, di tali responsabilità, ma non possono sottacersi quelle di altri soggetti: da quelle di Fintecna, che ha imposto una valutazione spropositata dei suoli, incorporandovi più che cospicue quote di rendita urbana attesa; alle ambiguità sull’attribuzione dei costi della bonifica, come se non valesse qui il principio per il quale è chi ha inquinato che deve pagare; alle contraddizioni e inefficienze del governo nazionale, che – avendo assunto su di sé gran parte dei costi e la responsabilità formale della bonifica – ha molto promesso, poco versato e meno deciso. Per non parlare degli ideologismi contrapposti, dei fondamentalisti ecologisti (nessun edificio a valle di Via Coroglio; recupero prioritario della balneabilità marina) e dei costruttori (nessun investimento privato se non si ridimensiona il parco, non si incrementano i volumi profittevoli e non si ricollocano gli alberghi tutti a fronte mare).
    Ora lo SbloccaItalia, oltre alle denunciate incostituzionalità, facilita un altro equivoco ricorrente, quello di attribuire al “progetto” di recupero urbano dell’area dismessa un’efficacia taumaturgica di scala metropolitana, laddove occorrono a questo livello strategie complesse e di lunga durata, nel cui ambito Bagnoli rappresenta – certo – un tassello importante, ma pur sempre un tassello. Sono soprattutto strategie produttive che necessitano all’area metropolitana. Non possiamo puntare su esportazioni massive di produzioni competitive, dobbiamo certamente puntare sulla importazione di domanda, domanda di paesaggio, archeologia, arte, storia, produzioni culturali, alta formazione (i turismi), ma non possiamo tralasciar di perseguire anche un innovativo processo di reindustrializzazione: basato su energie rinnovabili, su produzioni hi-tech ecocompatibili e piccole e medie aziende diffuse nel reticolo metropolitano riorganizzato in senso policentrico. E contestualmente procedere ad un radicale rinnovamento e potenziamento degli apparati amministrativi pubblici. È sperabile che gli inattesi ruoli del governo nazionale e della regione anche nella vicenda di Bagnoli vengano colti soprattutto per inserirla in concrete strategie di sviluppo di questo tipo.
    Nello specifico del recupero urbano di Bagnoli-Coroglio credo poi che sia ora di ridiscutere alcune scelte date per consolidate. Mi limito ad indicarne due soltanto. La prima concerne la previsione di nuove residenze: è noto che gli studi scientifici sulla caldera flegrea in vista di pianificazioni di protezione civile hanno proposto l’inclusione di Bagnoli-Coroglio nella fascia di massima pericolosità; ha senso incrementare il numero di residenti in tale ambito? La seconda riguarda il recupero della balneabilità del mare: da essa credo che dipenda una tipologia di bonifica assai più costosa, lunga e mal controllabile di quelle comunemente praticate nelle aree industriali dismesse dell’Occidente. L’obiettivo della grande spiaggia pubblica non potrebbe conseguirsi anche con la previsione della balneazione in piscine?

  3. Antonello del Giudice scrive:

    E se invece ripartissimo proprio dalla colmata? La mia è una via di mezzo tra una provocazione ed un invito ad approfondire con analisi e caratterizzazioni mirate in situ la reale portata dell’impatto sull’eco sistema con il permanere della colmata. E’ noto che la colmata sia stata realizzata in gran parte con materiali di risulta provenienti da demolizioni di edifici vicini alla allora Italsider e nel corso degli anni con la loppa che è uno scarto della lavorazione dell’acciao. I danni ambientali, sono stati fatti e purtroppo non si può tornare indietro, ma siamo sicuri che il permanere della colmata possa produrne altri? Sono stati valutati i danni per l’ambiente derivanti dall’impiego dei mezzi e delle attrezzature da utilizzare per la rimozione/delocalizzazione dei milioni di mc che la formano? Ritengo che una volta appurato che non vi possano essere ulteriori rischi per l’ambiente, si potrebbe intervenire politicamente con una legge ad hoc per lasciare lo stato dei luoghi inalterato e destinare le risorse stimate per la rimozione per altri interventi e/o per ridurre il costo dei suoli.

  4. Osvaldo Cammarota scrive:

    Lo spirito e il senso delle parole di Bruno Discepolo è condiviso nei fatti, con una militanza territoriale, associativa, professionale che (ahimè) comincia a diventare “storica” ☺ , ma che non si rassegna e prova a socializzare un elemento che potrebbe accompagnare le idealità espresse.

    Per ideare il “progetto condiviso” c’è bisogno di un “dominus” con il quale interloquire. Lo Stato non riesce ad esserlo. I conflitti tra i suoi singoli “pezzi” (Comune, Regione, Città Metropolitana, Ministeri competenti e loro strutture esecutive) lo rendono poco autorevole e scarsamente affidabile.
    Un “dominus” efficace potrebbero essere i vincoli e le opportunità che il territorio stesso esprime. Ad esempio: i limiti naturali alla edificabilità residenziale; l’insostenibilità dei costi di una improbabile “rinaturalizzazione”; le opportunità per un utilizzo più appropriato dell’area; …
    Questi ed altri elementi oggettivi, da RICERCARE meglio e CONDIVIDERE, dovrebbero/potrebbero esercitare una effetto gerarchico-ordinatorio”neutrale”, anche sui “pezzi” dello Stato, mitigare gli “ideologismi contrapposti” e favorire ragionamenti sugli scenari di sviluppo possibile che appassionano tanti convegni e a cui pure accenna Sandro Dal Piaz nel suo breve intervento.

    In altri termini, propongo di interrogarci su COME FARE COESIONE. Lo so, tutti la vogliono, pochi la praticano, ma questo bisogna fare se si intende utilizzare efficacemente le risorse di cui si dispone. Nel Regolamento comunitario, tra l’altro, è una precondizione per l’accesso ai fondi.

  5. Allan Cristiano scrive:

    La STRAORDINARIETÀ e la SOMMA URGENZA è storicamente l’anticamera del fallimento e delle speculazioni.
    La capacita resiliente di reagire a una ‘storia’ traumatica parte necessariamente dalla comprensione degli errori fatti e dalla voglia di non ripeterli, analizzandoli senza filtri ideologici o di personale interesse.
    Il ‘nuovo percorso’ per Bagnoli pare non partire nel migliore dei modi, riprendendo e riproponendo modelli decisionali fallimentari ed estromettendo di fatto ogni possibilità di confronto partecipativo con le ‘vittime’ dei tanti errori e ruberie che sono gli abitanti del quartiere di Bagnoli.
    Credo che l’unica risposta sia la NORMALITA’ e la RESPONSABILITA’ di tutti gli enti e della classe dirigente, ognuno con i propri compiti e senza pericolose sovrapposizioni.
    Il primo passaggio URGENTE è senza dubbio la bonifica che spetta allo Stato anche con un proprio commissario se si ritiene opportuno.
    Tutti gli altri aspetti, urbanistici economici e partecipativi, vanno ricondotti a strumenti e figure consone che con il massimo della trasparenza e pubblicità si prendano la responsabilità di intervenire in tempi e maniera adeguata alle aspettative di un intera comunità.

  6. Francesca Marino (Roma) scrive:

    Nel 1861 Massimo D’Azeglio disse:” Fatta l’Italia bisogna fare gli Italiani”. In una frase venne lanciata una sfida di rinnovamento sul piano civile e politico, ma anche territoriale per far si che molte distanze fossero colmate. Rileggendo oggi quella frase crediamo che molti di quei problemi posti allora si siano risolti, ma in verità resta ancora tanto da fare. Napoli è il caso tipico del degrado e della invivibilità urbana e soprattutto dell’incapacità di gestire processi complessi sul piano economico e sociale. Tale situazione credo sia il frutto di valori assopiti, di avari detentori di un potere e di un bene rivolti a sé stessi piuttosto che alla comunità. La storia ci ha insegnato molto e magari suggerendo ai decisori pubblici di rileggere D’Azeglio, forse l’eterno problema di Bagnoli potrebbe essere incanalato nella giusta direzione a beneficio delle future generazioni che sembrano sempre più rassegnate ad abbandonare Napoli
    Francesca Marino

 

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