Bisogna espellere la malavita

A cura della Redazione Nagora

Era l’inizio degli anni 80 quando nella zona Nord di Secondigliano i nuclei abitativi predisposti dalla legge 167 per  destinare edifici residenziali all’edilizia popolare iniziarono ad essere abitati. Ricordo che furono rimosse le lamiere che delimitavano il grande cantiere, al di fuori del quale si potevano scorgere solo gru e grandi palazzi, e i primi assegnatari iniziarono a prendere possesso delle case. All’epoca frequentavo il limitrofo rione Ises, dove iniziai la mia attività di volontariato con la Comunità di Sant’Egidio. Facevamo un doposcuola nelle case, dove alcuni anni prima erano stati collocati i baraccati della zona del Macello di Poggioreale.

Tra le nuove costruzioni spiccavano le 7 Vele che subito andammo a visitare e così decidemmo di aprire un nuovo doposcuola nella Vela celeste per i numerosi bambini che vi abitavano.  Queste costruzioni sembravano incarnare un nuovo modello di edilizia popolare,  moderna e nello stesso tempo tradizionale, perché da un lato si ispirava all’avveniristico complesso residenziale di Villeneuve Loubet, vicino Nizza, ma dall’altro i ballatoi tra i blocchi di cemento richiamavano la memoria dei vicoli di Napoli e della antica città stratificata.

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Tuttavia i primi problemi emersero nel giro di pochi mesi. I nuclei familiari composti da coppie di anziani a cui erano destinate le abitazioni nei piani alti delle vele perché avevano meno stanze, rimanevano isolati per i continui guasti alle ascensori. Questo isolamento era il paradigma dell’emarginazione del quartiere, dove nel frattempo erano arrivate famiglie di terremotati dal Centro Storico e da altre zone della città. Privo di servizi, di negozi, di un posto di Polizia (che arriverà solo nel 1987), di luoghi di aggregazione, il quartiere divenne terra di conquista dei clan camorristici, quelli che già operavano nelle zone limitrofe, ma anche nuove aggregazioni formate dagli ultimi arrivati.

Oggi le Vele sembrano relitti emersi che testimoniano il segno tangibile del fallimento di quel progetto architettonico e la notizia del loro abbattimento è sicuramente positiva. Ma sappiamo bene che questo non basta.

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Per riqualificare il quartiere bisogna espellere la malavita e far crescere un tessuto economico e di coesione sociale che coinvolga gli abitanti, le istituzioni e le forze sociali. C’è bisogno di nuove attività e nuove persone. Per troppo tempo la  gente perbene di Scampia ha subito una terribile segregazione e ha subito il fiato della malavita sul collo: allacci abusivi di energia elettrica, di richieste di nascondere armi e persone, di convivere con attività illecite sotto gli occhi di tutti.  Fino a imporre lo scorso Natale di non accendere luminarie nel lotto G, come segno di lutto per un camorrista che era stato ucciso. Restart Scampia può essere una occasione nel tempo in cui le periferie diventano centro nelle grandi megalopoli  e nelle città metropolitane. Si tratta di ritrovare quella connessione persa con la vita della città e di interrompere  quel processo di marginalizzazione dove si è smarrita l’identità comune e un destino condiviso.

Antonio Mattone, portavoce Comunità di Sant’Egidio

23 marzo 2017

 

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