Bruno Discepolo, Architetto

A cura della Redazione Nagorà

Per ragioni storiche ed identitarie, l’Italia è una delle nazioni dove più alta è la percentuale di beni di proprietà dello Stato ovvero di una miriade di altre amministrazioni pubbliche – Regioni, provincie, città metropolitane, comuni, Asl, Enti di previdenza pubblica, Università, ecc. – o comunque assimilabili ad organismi di interesse pubblico (ad esempio la Chiesa con gli ordini monastici o le confraternite o ancora le Casse di previdenza). Le stime più recenti, ed ancora incomplete, parlano di circa 1 milione e novecentomila beni di proprietà pubblica, di cui oltre 800mila le unità immobiliari, pari a 300milioni di metri quadrati di superficie. Di questo enorme patrimonio, circa 217mila appartengono  a quello disponibile e 15mila unità, e l’equivalente di oltre 5 milioni e mezzo di mq, già censito come «non utilizzato». Una stima sicuramente al ribasso, quest’ultima, destinata a crescere con il completamento  e l’affinamento dei censimenti in corso. Nel recente passato l’approccio prevalente al tema è stato quello di immaginare di poter vendere la gran parte del patrimonio, di fare cassa e, per questa strada, ridurre parte del debito pubblico. Con gli anni, per fortuna, si è superato questo grossolano ed irrealizzabile modello per mettere a fuoco una pluralità di strumenti e metodologie volte ad una graduale ma più efficace valorizzazione dei beni: federalismo demaniale, costituzione dei Fondi immobiliari, da ultimo le norme dello Sblocca Italia, per favorire la riconversione funzionale, con le varianti urbanistiche, dei complessi immobiliari, in sinergia con le amministrazioni locali. Si sono definite, inoltre, strategie nazionali, obiettivi e scadenze, assegnato un ruolo importante per l’Agenzia del Demanio.

Se questo è il terreno sul quale, in futuro, si giocherà una partita decisiva per l’affermazione di quella che giustamente è stata definita come una inversione del paradigma urbanistico italiano, Napoli si presenta, per una volta, puntuale all’appuntamento, addirittura forse in anticipo nel confronto con altre realtà metropolitane. Attraverso uno studio promosso dall’Associazione dei costruttori, con il contributo economico della Camera di commercio, e realizzato in collaborazione con la sede regionale della Agenzia del Demanio, si è provato ad implementare filosofia e visione del problema in metodologie applicate a casi concreti, sia dal punto di vista dei complessi architettonici prescelti, che di processi e procedure finalizzate alla loro riconversione funzionale.

Anche sotto questo profilo, del tutto innovativo, si può ritenere che la sperimentazione avviata a Napoli, e che proseguirà con altri casi-studio, si può considerare,per tipologie analoghe di immobili del patrimonio pubblico, un modello da replicare a livello nazionale.

 

Bruno Discepolo – Architetto

7 giugno 2016

 

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