Corno rosso o fallo nero?

A cura della Redazione Nagora

E se effimero non stesse per caduco né per estemporaneo, bensì per transitorio? Il suo significato si estenderebbe a qualsiasi durata calcolata su scala cosmica. Un monumento effimero, così concepito, aspirerebbe a diventare un varco spaziotemporale, una connessione temporanea tra le effemeridi e le porte esoteriche della città.

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In tal caso, il corno non sarebbe solo un narcisismo collettivo distorto, proiettato in forma di macrofilia per il consueto simbolo fallico di fertilità e fortuna. Né soltanto, d’altro canto, una forzatura identitaria totalizzante, capace di tradurre e ritradurre senza alcun apparente attrito l’endo-etnonimo <<noi Napoletani>> nell’eso-etnonimo <<i Napoletani>>, e viceversa, generando quella ridondanza necessaria affinché l’effetto di verità così ottenuto non lasci spazio ad alcun dissenso che non venga additato come esterofilo, eccentrico, o al massimo relegato agli interstizi individualissimi e, in fondo irrilevanti, del gusto personale di boriosi intellettuali, nemici del Popolo.
L’imposizione di un corno gigante nello spazio pubblico confermerebbe una linea di politica culturale che si compiace quando chiude l’orizzonte di Napoli a Nord-Ovest, per circoscriverne la dimensione a quella di confine settentrionale del Mediterraneo. Forte del fatto che il vecchio ordine geopolitico sembra dissolversi, che l’egemonia culturale del futuro come innovazione è in questione, che la guerra in Siria frantuma la storia del Mediterraneo e i flussi di persone vanno da Est a Ovest a Est pur di andare da Sud a Nord, lo Zeitgeist cittadino vede Napoli capitale. La immagina città rifugio, città dei giovani e dell’incontro interetnico, dei diritti civili e delle nuove sessualità: il simbolo della rottura costituente con il potere costituito.

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Viene da suggerire, però, che se la città fosse davvero tutto ciò, pulserebbe a tal punto di energia iconoclasta che non sarebbe un azzardo far propria la simbologia che accompagnò l’incoronazione di Eliogabalo, il fanciullo emblema della ribellione che non cessa di essere ribellione anche una volta istituzionalizzata, il quattordicenne re siriano fatto imperatore di Roma all’epoca della crisi dell’Impero Romano, dalla sessualità completa, ostentata e oltraggiosa, allevato al culto fenicio della Luna e del Sole, della Notte e del Giorno, del mestruo divorato e dello sperma rituale asperso. E allora altro che grande <<curniciello>> rosso…
Un mastodontico fallo nero, issato là dove la terra incontra il mare, per ribadire che Napoli è sulla bocca di tutti, ma in fondo è là che vuole stare: sia che si apprezzi l’effimera trovata monumentale, sia che per liberare l’orizzonte dall’effimero, non rimangano altri mezzi che imprecare.

Gennaro Ascione,  studioso di Epistemologia per le scienze sociali

14 luglio 2017

 

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