Domenico De Masi, Professore emerito di Sociologia del lavoro – “La Sapienza” di Roma

A cura della Redazione Nagorà

Se, per incantesimo, nella prossima tornata elettorale De Gaulle, Churchill e Roosevelt fossero eletti con maggioranza assoluta triunviri a capo del Comune di Napoli, neppure ce la farebbero a mobilitare la città e a trarla dal cul de sac in cui si ritrova imbottigliata da qualche secolo. Mettiamoci l’anima in pace, prendendo atto che il sottosviluppo, come dice Nelson Rodrigues, è una cosa seria: occorre tempo, acume e tenacia per realizzarlo ma, una volta insediato, è duro a morire.

Napoli e la Campania fanno parte della stessa nazione di cui fanno parte Milano e la Lombardia, sottostanno alle stesse leggi e godono degli stessi benefici statali. Eppure hanno un Pil pro-capite che è meno della metà. Paolo Macry, amando Napoli come un figlio amoroso che pietosamente scorge eccelse virtù nella madre baldracca, vede nella nostra città “grandi risorse professionali, demografiche, eccellenze d’impresa, qualificate energie giovanili, associazioni, reti telematiche”. Ma se questo tesoro di potenzialità fosse davvero portentoso, perché se ne starebbe acquattato in una “crisi strutturale e culturale al tempo stesso”? Un sistema urbano è in crisi non solo quando manca di risorse, ma anche e soprattutto quando non sa metabolizzare le risorse di cui dispone. Per metabolizzarle, occorre essere impietosi realisti.

Nella graduatoria delle province italiane, elaborata scrupolosamente dal “Sole 24 Ore” in base a 32 indicatori della qualità della vita, le cinque province della Campania si piazzano in posizioni penose. Ciò spiega perché a Napoli e in Campania si vive talmente male che gli emigrati – soprattutto giovani e scolarizzati – sono più degli immigrati e, per una sorta di perversa legge di Gresham, la moneta cattiva scaccia quella buona, determinando un darwinismo alla rovescia. Se a Napoli davvero esistesse “un tesoro ineguagliabile di potenzialità” perché mai le partenze prevarrebbero sugli arrivi, i consumi sulla produzione, la corruzione sull’onestà, il torpore sulla mobilitazione, l’illusione sul realismo, le chiacchiere sui fatti?

Purtroppo, in duecento anni, mentre altrove si inventavano microprocessori e antibiotici, si elaboravano nuovi paradigmi scientifici e nuovi processi culturali, tutta questa presunta massa di presunte risorse napoletane dava il meglio di sé escogitando qualche variante della pizza e del ragù. Dietro una così scarsa produzione di idee e di civiltà vi è la scarsa attitudine all’organizzazione, l’infantilismo perpetuo e l’incapacità di formare la classe dirigente, ormai ridotta al punto di fornire a Crozza, con ebete orgoglio, le macchiette su cui ride tutta l’Italia.

 

Domenico De Masi

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21 gennaio 2016

4 commenti per questo articolo “Domenico De Masi, Professore emerito di Sociologia del lavoro – “La Sapienza” di Roma”

  1. massimo pizzo scrive:

    L’idea di partire da una critica dura quanto realistica è forse l’unico punto di partenza possibile per immagine nuove strade. Credo che per andare oltre sia necessario però che in città si rendano attivi e visibili dei centri di elaborazione di progetti e proposte. Forse le università dovrebbero e potrebbero svolgere questo ruolo di analisi e proposta, per la città e non solo. Le università sono una delle poche organizzazioni in cui si incontrano saperi consolidati e giovani energie. La mia domanda è: perchè queste organizzazioni sono così silenti sul fronte della proposta di idee, progetti e politiche per la città?

  2. Paolo Guerriero scrive:

    Proviamo a usare paradigmi diversi: una casa può essere abitata e governata dai suoi padroni, o può ritrovarsi i balia di gente che per caso si è trovata con le chiavi in mano e prende ciò che gli fa comodo o distrugge le cose di cui non capisce l’uso; e ancora: un campo può essere pazientemente coltivato come un orto da chi è pure disposto a pazientemente aspettare che le piante crescano e diano frutti o può essere usato per farci una partita di calcio; nel secondo caso i frutti sicuramente non ci saranno. Insomma quando, dopo i primi anni di “conquista regia”, gli stessi Savoia videro Napoli come una città del loro regno, le opere pubbliche ed un certo ordine nello sviluppo urbanistico lasciarono tracce ancora ben riconoscibili. E’ stato proprio con il dopoguerra che la città ha smesso di essere governata; Achille Lauro ed una malavita “americana” che prima non aveva ambizioni di governo sono diventati gli occupanti di turno della città, ed ogni spazio di pubblica amministrazione è diventata campo di giuoco tra partiti, sindacati e quei comitati d’affari che una volta si chiamavano “correnti”.
    Chiamare in causa la “scarsa produzione di idee e di civiltà” o “la scarsa attitudine all’organizzazione, l’infantilismo perpetuo e l’incapacità di formare la classe dirigente” non aiuta, secondo me, a capire un degrado specifico della nostra città che non deriva da presunte tare culturali o addirittura genetiche, e tantomeno dalle ormai lontane vicende ossessivamente ricordate dai neoborbonici, ma da ferite, certamente anche culturali, che la città ha subito durante la guerra fredda. Quanto poi alla buona classe dirigente quello è il frutto di una pianta che da molti anni nessuno semina più, nè a Napoli nè in tutta Italia.

  3. Francesco scrive:

    Angelo Forgione ha ampiamente smontato queste pseudo.tesi punto per punto

 

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