“El Porvenir” – Bogotà

A cura della Redazione Nagorà

“Se un sud molto più a sud dà lezioni a Napoli.”

Da Medellin a Bogotà, la Colombia riscatta il degrado sociale con nuove architetture di qualità.

La qualità dell’ambiente urbano è uno dei segnali più potenti nel comunicare all’osservatore il carattere e l’assetto sociale dell’ambiente in cui si trova.

Nelle realtà urbane è frequente che ordine e degrado diffuso convivano o siano separati da un confine che, a volte, è un vero e proprio “margine” orografico e sociale come dimostrano le surreali immagini di attici che si affacciano sul panorama delle favelas.

Questo è un carattere tipico dei paesi in via di sviluppo, mentre in società come la nostra, una rigenerazione urbana che porti ad una qualità diffusa sul territorio stenta ad affermarsi, sfinita da veti incrociati, paludi burocratiche, decennale ignavia politica.

Una lezione di volontà contro la rassegnazione ci arriva, da un sud “molto più a sud di Napoli”:

da Medellin, città colombiana nota alle cronache soprattutto per essere una delle capitali mondiali del narcotraffico. E’ da questa scomoda frontiera che Sergio Fajardo, docente di matematica, vince nel 2003 da indipendente le elezioni a Sindaco. Sorretto dall’entusiasmo di un gruppo di giovani architetti Fajardo elabora un programma di trasformazione urbana assegnando all’architettura di qualità il ruolo di avamposto di un assetto civile da difendere o da riconquistare in situazioni marginali dominate dall’abbandono.

Alle parole seguono i fatti: decine di biblioteche e scuole progettate e realizzate;

una funivia che unisce i quartieri periferici al centro;

riqualificazione di spazi aperti pubblici: strade e piazze sottratte al controllo dei narcotrafficanti e restituite ai cittadini.

Citiamo Sergio Fajardo:

“[¼]bisogna accompagnare la riorganizzazione della città con un solido sostegno sociale, ovvero costruire più opportunità, altrimenti tutti i progressi raggiunti si perderanno nel giro di poco tempo. Ad esempio, se inviamo la polizia a ripulire un quartiere malfamato occorre aprire lo stesso giorno e nello stesso luogo una scuola, una biblioteca, un ufficio di collocamento e un’agenzia di microcredito per mostrare che un’alternativa possibile esiste o i fermati dalla polizia torneranno a delinquere il giorno dopo.”

(Cfr.: Stefano Boeri, Le tasse di cemento. Stefano Boeri e Manuel Orazi scrivono di Medellin e Sergio Fajardo, in “Abitare” n°559, gennaio 2009)

La rivoluzione urbana di Fajardo a Medellin innesca un contagio virtuoso che raggiunge le altre principali città della Colombia. A Cartagena e Bogotà s’intraprende la costruzione di centri culturali, musei ed attrezzature sociali. Il giovane architetto di evidenti radici italiane Giancarlo Mazzanti, attivo a Bogotà, fa parte di quella generazione di professionisti che ha aderito entusiasticamente alle iniziative di Fajardo.

Tra le altre opere realizzate da Mazzanti si distingue l’asilo “El Porvenir” realizzato nella periferia di Bogotà. L’asilo, quasi assediato dalla slabbrata periferia della capitale, non si lascia, tuttavia, travolgere ma oppone all’ingratitudine del contesto una limpida chiarezza di forme.

Una passeggiata coperta circolare diventa l’obbligato filtro protettivo tra gli spazi dedicati al gioco dei bambini e il degradato ambiente circostante. Mazzanti evita l’effetto claustrofobico mediante una sorta diaframma che si articola in esili elementi metallici di altezza variabile che consentono una certa trasparenza tra l’interno e l’esterno.

Le cinque aule, parallelepipedi cementizi vetrati da un lato, sono distribuite in maniera apparentemente casuale lungo un percorso distributivo articolato secondo una spezzata.

La scuola contiene spazi collettivi e di uso pubblico: un’aula polifunzionale, un club per bambini ed un’area per cucinare e consumare i pasti. Un’opera di dimensioni modeste, senza particolari pretese formali eppure emblematica della riconquista di luoghi urbani marginali.

Potremo ancora, dal nostro malfermo pulpito e non solo in spregio alla “correttezza politica”, usare l’aggettivo “sudamericano” per connotare una realtà negativa, quando nella nostra città eternamente provvisoria era invalsa – e forse sussiste ancora – l’abitudine di recuperare spazi per le attrezzature scolastiche all’interno di palazzi storici? Uno per tutti: il palazzo di Diomede Carafa.

Riccardo Rosi

15 luglio 2016

 

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