Isola KNSM Amsterdam

A cura della Redazione Nagorà

La lunga lotta che il popolo Olandese combatte da sempre per sottrarre terra al mare ha creato, nel tempo, paesaggi assolutamente inediti ed affascinanti di polder, acquitrini, laghi dove natura ed artificio, increspatura dell’acqua e linea di terra, corrono lungo un labile confine.

L’immagine più seducente e tradizionale è quella della parte storica di Amsterdam dove il pittoresco ambiente è dominato dal riverbero della città nell’acqua dei canali, mentre, in anni più recenti, nuovi insediamenti residenziali sono sorti sui bacini portuali dando vita a parti urbane altrettanto inedite, ricche di nuove e diverse suggestioni.

E’ il caso dell’Isola KNSM – acronimo che sta per Società Reale Olandese delle Navi a Vapore – un lembo di terra piatto e largo come il ponte di una portaerei che in origine era una delle dighe realizzate per consentire l’estensione delle linee ferroviarie ad est, in direzione del nuovo porto, nato per accogliere le grandi vaporiere cariche di spezie provenienti dalle colonie dell’estremo oriente.

Un intervento pilota che ha preceduto quello sulla Java Island e la Borneo Sporenburg Island che, insieme alla KNSM, formano una sorta d’isolato a pettine i cui “denti”, invece che dalle consuete strade delle città di terra, sono separati dalle acque del bacino portuale.

A partire dal 1902 fino al 1977, l’Isola KNSM è stata pienamente inserita nelle attività tipiche del porto come sede dei cantieri e approdo di convogli mercantili e passeggeri fino a quando la concorrenza del basso costo del lavoro delle nazioni in via di sviluppo ha determinato la crisi e la progressiva dismissione delle attività produttive insediate.

La disponibilità di molti manufatti abbandonati, come avviene di frequente nelle aree marginali, siano esse centrali o periferiche rispetto al corpo della città, ha richiamato centinaia di persone che si sono progressivamente insediate nei cantieri, negli uffici, nelle house-boats, dando vita ad una sorta di comunità autonoma e retta da leggi proprie.

Questa insolita popolazione isolana è stata consultata nell’ambito di una procedura di progettazione partecipata che ha fatto da preludio alla stesura del Piano Particolareggiato redatto nel 1983 dal gruppo diretto dall’architetto olandese Jo Coenen.

Coenen ha sviluppato il proprio Piano a partire da una “spina” centrale di spazio aperto e pubblico, un boulevard verde dove a fare da scudo alle alberature dai gelidi venti del nord provvede l’ordinata sequenza degli edifici residenziali.

 

La collaudata ed efficiente macchina dell’Autorità Municipale di Amsterdam preposta alla residenza ha seguito la realizzazione di questo Masterplan che, indubbiamente, risente della visione urbanistica degli anni ’80 nella riproposizione di grandi isolati a corte legati da un rapporto gerarchicamente definito con lo spazio pubblico della strada e ispirati linguisticamente al principio di “unità nella varietà”.

A dominare lo skyline dell’isola sono i grandi isolati che richiamano gli edifici portuali, non solo nella scala, ma anche nella tessitura del mattone forte di una radicata tradizione nell’edilizia olandese che va dall’uso più comune alle raffinate sperimentazioni delle architetture di De Klerk, qui impiegato senza risparmio nelle tonalità fuligginose del “clinker bruciato” in sintonia con l’ambiente.

L’isolato di Hans Kollhoff, il Piraeus, deroga alla regolarità della forma, per piegarsi e spezzarsi fino ad includere nell’abbraccio della corte un manufatto anonimo e tuttavia significativo come residuo dello storico passato industriale dell’isola. La copertura fortemente inclinata contribuisce a snellire la grande sagoma dell’edificio la cui “figurabilità” spicca all’interno dello skyline portuale.

L’intervento di Bruno Albert equiparabile al precedente per dimensioni, è articolato in due blocchi ad “U” ai lati ed uno circolare al centro interrotto da uno schermo metallico che consente la vista sul mare. Qui, molto più che nelle altre architetture, emerge un’evidente rilettura dei motivi dell’architettura tradizionale di Amsterdam secondo stilemi che ricordano, tra gli altri, gli esperimenti della partnership tra Aldo Van Eyck e Theo Bosch in alcuni interventi di riqualificazione urbana realizzati durante gli anni ’70.

La scala del costruito si riduce drasticamente nell’intervento dell’Architektenburo Wintermans che si caratterizza per la forma ad “U” dell’ isolato a protezione dello spazio verde verso la strada e il deciso contrasto tra l’aspetto dei due fronti.

Se quello nord che si espone all’acqua e al vento è teso e “laconico” non concedendo nulla all’espressione, quello rivolto a sud, riscaldato dal tono cordiale dei mattoni, è più ricco di accenti chiaroscurali dati dall’alternarsi di pieni e vuoti.

Un forte segno verticale è dato dai 21 piani della torre residenziale di Wiel Arets dove quattro corpi distinti si dipartono da una spina centrale distributiva consentendo agli alloggi di affacciarsi verso il centro di Amsterdam da un lato e verso le acque dell’Ijsselmeer dall’altro.

Conclude la prospettiva il grande complesso residenziale disegnato dallo stesso Jo Coenen che, con la sua pianta circolare, asseconda la forma assunta nel frattempo dall’estremità dell’isola configurandosi come una sorta di grande faro che si affaccia sul porto in tutte le direzioni.

Bastano, insomma, venti minuti di percorso in autobus per passare dal cuore antico della città, il Damrak, dove le facciate delle case con il loro invariabile fuori piombo si specchiano nell’acqua dei canali a questo paesaggio residenziale altrettanto ricco di fascino e potenzialità che indica nuove strade da percorrere nella costruzione della residenza nelle città di mare.

Riccardo Rosi

6 aprile 2016

 

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