La ricostruzione del Chiado a Lisbona

A cura della Redazione Nagorà

Il 1 novembre del 1755 Lisbona è devastata da un evento sismico, terremoto e conseguente maremoto, ritenuto tra i più violenti mai avvenuti in Europa. lo storico quartiere della Baixa è ricostruito ad opera del Marchese di Pongal in soli quattro anni sulla base di un piano organico e all’avanguardia per l’epoca. Gli isolati urbani disposti secondo un ordito a scacchiera sono realizzati secondo un innovativo sistema costruttivo costituito da un telaio in legno a cui viene agganciata la facciata «libera» di crollare in caso di sisma preservando il nucleo centrale dell’edificio.

Il 25 agosto del 1988 si verifica quella che, dopo il catastrofico terremoto del settecento, è considerata la seconda grande calamità ad abbattersi sulla capitale portoghese.

Un incendio, che ha un primo focolaio all’interno dei Grandi Magazzini Grandella in Rua do Carmo, si diffonde rapidamente nel Chiado, l’area che si colloca sul margine della Baixa, distruggendo in parte o totalmente 18 edifici. Il fuoco si diffonde anche grazie al ritardo dei mezzi di soccorso che trovano un imprevisto ostacolo negli elementi non removibili di arredo urbano collocati negli spazi aperti pubblici dell’area.

Il piano di ricostruzione che prevede il consolidamento, la messa in sicurezza e il ripristino di una parte urbana di così grande rilievo è affidato ad Alvaro Siza che lavorerà dalla sua sede di Porto in coordinamento con l’ufficio istituito dalla Municipalità di Lisbona e diretto da Pessanha Viegas. Mentre Siza redige il Piano nelle sue linee generali, l’Ufficio provvede al coordinamento di una serie di funzioni sul territorio della capitale: consulenza giuridica, assistenza ai cantieri, collegamento con i progettisti. Particolarmente delicato è il compito di verificare il rispetto dei regolamenti di uso dello spazio e dei criteri di ripristino: dalle facciate fino ai dettagli più minuti a scala architettonica come infissi,  camini e soglie.

Il piano di ricostruzione che Siza definirà come «un regolamento sull’uso dello spazio» prevede tre elementi essenziali: rivitalizzazione dell’isolato urbano, connessione alla rete metropolitana, riconfigurazione degli spazi aperti e dei percorsi pubblici.

Per gli edifici vengono scelte le destinazioni d’uso maggiormente compatibili con l’antico quartiere: commercio, uffici e residenza. Il collegamento alla rete metropolitana già previsto dal Piano di Lisbona verrà concretizzato grazie alla costruzione della Stazione Baixa collocata all’interno di uno degli edifici recuperati.

Il Piano definisce anche nuovi allineamenti per distanziare opportunamente gli edifici e i caratteri per la  riconfigurazione degli spazi aperti e dei percorsi pubblici che potranno essere realizzati anche dai privati nel rispetto delle linee guida rigorosamente definite.

Un maggiore grado di libertà è consentito ai progettisti nella modifica degli spazi interni, come, peraltro, già ampiamente previsto dalla normativa urbanistica in vigore a Lisbona. Molto stringenti, al contrario, gli indirizzi per il ripristino delle cortine edilizie che dovranno essere coerenti con le scansioni, gli interassi, le dimensioni degli elementi fissati dal piano settecentesco di ricostruzione.

Lo stesso sistema costruttivo a telaio è riproposto, questa volta in cemento armato.

L’esperienza del Chiado rappresenta un modello interessante anche per le modalità di assegnazione degli incarichi offrendo ai proprietari la possibilità di avvalersi di progettisti di fiducia o, in alternativa, di ricorrere alla consulenza gratuita fornita dall’Ufficio della Municipalità di Lisbona.

Questa esperienza che può dirsi oggi felicemente conclusa offre lo spunto per una serie di riflessioni sulla «messa in sicurezza» della città intesa nel significato più ampio del termine. L’uso degli spazi aperti pubblici deve avvenire nel rispetto delle più elementari norme di sicurezza a partire dall’accessibilità dei mezzi di soccorso come per certi aspetti, incredibilmente, la vicenda del Chiado insegna. E’ possibile una felice collaborazione tra funzionari pubblici e liberi professionisti se queste due categorie non agiscono in competizione ma secondo compiti e funzioni coerenti con i propri doveri e le rispettive competenze.

Il carattere delle parti urbane, sia esso turistico, commerciale, terziario o altro ancora non può essere né una «vocazione» improvvisa né subire le derive illimitate del mercato senza che questo comporti il superamento di soglie di sicurezza nei carichi urbanistici tollerabili dalla città consolidata.

La messa in sicurezza comincia da scelte politiche chiare, prosegue con la pianificazione intesa come strumento tecnico che applica tali scelte e continua, con la manutenzione e il controllo costante del patrimonio edilizio e dello spazio pubblico.

Riccardo Rosi

 

3 ottobre 2016

 

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