La splendida “solitudine degli edifici” in un contesto ingrato

A cura della Redazione Nagorà

Un bilancio dei Premi Inarch 2015 nell’area metropolitana di Napoli.

I premi Inarch Campania 2015 hanno offerto un campione empirico ma sicuramente piuttosto indicativo dello stato dell’architettura nel nostro territorio al tempo della crisi.

L’area metropolitana di Napoli è, probabilmente, in questo momento il problema urbanistico di maggiore rilevanza nazionale.

In questo contesto difficile, che reclama un radicale riassetto, emergono alcuni interventi architettonici che si pongono come “innesti” vivificanti, esprimendo – nel migliore spirito dell’Inarch – quella virtuosa alleanza tra mondo dell’imprenditoria, della produzione e delle professioni.

Interventi che, per quanto brillanti, stentano da soli a raggiungere quella “massa critica” che potrebbe innescare virtuose reazioni a catena in un territorio metropolitano abbandonato e ancora privo di un’idea strategica per il proprio futuro.

Per contro, la città incapace di offrire un’immagine di sé nuova e seducente, si ripiega nevroticamente sul mito dell’identità: l’idealizzazione del passato glorioso; l’innocenza perduta dell’edilizia spontanea; il recupero della tradizione che, dalle espressioni più alte, precipita frequentemente nell’oleografia più deteriore.

Il contesto economico e normativo ha frenato la diffusione di interventi edilizi più ambiziosi per scala e obiettivi e dei programmi di rigenerazione urbana che risultano fortemente ridimensionati e marginali.

Spiccano, per contrasto, tra i premiati ed i menzionati, alcuni grandi promotori come la Nato e l’Università Federico II che sono intervenuti nelle aree di margine insinuando cunei di modernità da cui si attendono positivi riverberi sul territorio.

La Nato ha affidato ad Interplan Seconda di Alessandro e Camillo Gubitosi la realizzazione di un complesso che gli architetti hanno dominato con mano esperta ed occhio attento alle più avanzate ricerche linguistiche contemporanee.

La Federico II ha rinnovato la propria consolidata tradizione di committente prestigioso  realizzando la sede della Facoltà d’Ingegneria di Francesco Scardaccione che si pone come solido presidio istituzionale nell’irrequieta area ex-industriale di S.Giovanni a Teduccio.

Un esemplare intervento privato è quello che ha trasformato l’ex-complesso industriale Mecfond in Brin 69, un’architettura di grande qualità che, nelle sembianze di una lunga arcade vetrata commerciale e terziaria, è un luminoso segnale di ottimismo sullo sfondo anonimo del terrain vague della periferia orientale napoletana.

Una segnale confortante di ripresa arriva dal fronte dell’edilizia residenziale pubblica dove Corvino e Multari, nel complesso di 24 alloggi a Quarto, resistendo alle opposte sirene dell’esibizionismo e del minimalismo hanno optato per un linguaggio sobrio ma di standard elevato arricchito da sottili citazioni della migliore tradizione italiana del Moderno.

Una particolare menzione merita la felice opera della giovane Maria Angela Rea che ha trasformato con cura uno spazio degradato in un piccolo ma perfettamente calibrato volume minimalista che spicca nitido sullo sfondo di un contesto residenziale piuttosto anonimo.

Intervento di cura “omepatica” del territorio, verrebbe da dire, e, tuttavia, emblematico delle tante potenzialità ancora inespresse dei giovani architetti.

La spinta propulsiva che ha creato questi significativi avamposti più o meno periferici tende, tuttavia, ad esaurirsi avvicinandoci al centro dove si registrano gli effetti di una normativa urbanistica che si concentra sulla disciplina dei singoli edifici più che sul recupero di parti urbane complesse.

Può capitare, però, che un condominio della zona più elegante di Napoli si trasformi in committente e bandisca un concorso per la ridefinizione dei propri spazi distributivi.

Occasione del tutto insolita che lo Studio Pelella e Fabrizia Costa Cimino hanno colto ridefinendo proporzioni degli spazi, materiali introducendo all’interno della quinta urbana un raffinato segnale d’invito.

Così come pure pienamente riuscito è stato il delicato compito che Pasquale Miano ha affrontato negli spazi di ristoro di Castel S.Elmo. Il design volutamente contenuto degli arredi e la valorizzazione degli spazi esistenti trovano il giusto equilibrio tra rispetto della fabbrica monumentale ed intervento dell’architetto.

Sul fronte della sostenibilità architettonica che dovrà necessariamente vedere non solo la Campania, ma l’Italia all’avanguardia, segnaliamo il Green Frame di Giulia Bonelli un interessante prototipo esito di un’attenta e lunga ricerca in questo campo.

Questi segnali testimoniano che le difficoltà possono essere superate dalla grande caparbietà, dalla passione e dall’intelligenza di imprenditori e tecnici che operano in un contesto particolarmente ingrato.

E non devono essere dispersi anche per evitare che vengano riassorbiti dalla spugna di un territorio degradato di cui si deve vincere l’indifferenza se non l’ostilità.

Non possono dei solisti, per quanto virtuosi, mettere le “ali alla città” ma, per dirla con le parole di Jean-Christophe Bailly occorre “…un dispiegamento di architettura senza precedenti.”

Riccardo Rosi

19 dicembre 2016

 

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