Serve un matrimonio tra la popolazione e la città

A cura della Redazione Nagorà

Le città sono macchine complicate e le persone vivono in un tempo limitato mentre le città si trasformano nel tempo storico che sfida i secoli. La vita delle persone insegue la parabola della psicologia e dei comportamenti che si sviluppano nella comunità. Ma le persone si consumano più velocemente delle città. Guardate Napoli e la sua stagione della Belle Époque: arrivano capitali stranieri, nascono grandi reti di eccellenza, dai trasporti alla illuminazione, fino alla grande energia dell’elettricità. Perso il Regno di Napoli si riproduceva come metropoli e non sfigurava affatto davanti all’Europa. Nitti costruisce, ai primi del Novecento, una composita formula sociale: la fabbrica, l’industria, e gli operai. Nasce una macchina sociale: le case e la fabbrica; il lavoro, e le case vicino alla fabbrica. Da una parte le periferie industriali, decorose ma lontane dal resto della città. Dall’altra l’esplodere di una borghesia che si mescola con l’antica nobiltà locale ma anche con banchieri e imprenditori, che vengono a Napoli dall’Europa intera. La Belle Époque si chiude tra fascismo e seconda guerra mondiale.

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Napoli dopo la Belle Époque  
La Repubblica ed il centrosinistra producono macchine sociali molto mediocri rispetto a quella di Nitti. Nasce l’urbanistica delle case popolari che, rapidamente, diventa la base degradata delle banlieue. La comunità delle periferie tracima oltre l’industria, che si svuota nell’ultimo decennio del novecento: si chiude con una lunga depressione di Napoli, e del Mezzogiorno, dal 2008 al 2017. Dieci anni nei quali scompaiono gli operai e le grandi fabbriche e si degradano i mestieri artigiani. Si affermano droga e malavita. Si sgretolano le tre leve di una urbanistica, che voleva contrapporre lo sprawl del mondo moderno e la conservazione dei centri storici: separandoli entrambi. Le periferie urbane degradano progressivamente. Le fabbriche si chiudono e gli operai diventano disoccupati. La demolizione delle “case popolari” ed i residui di una struttura sociale, fragile e lacerata, lasciano sul terreno niente che possa sembrare l’anima e la base di nuove città. La grande industria non scompare ma si trasforma: si sposta verso il resto del mondo.

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Bisogna riempire i vuoti della periferia napoletana
La voglia di fare ci sarebbe ma è troppo frammentata: le culture, il turismo e l’artigianato, i beni culturali, l’ambiente e l’energia sono canali che potrebbero riaprire la liquidità e le potenzialità dello spazio urbano e dei suoi effetti economici positivi. Bisognerebbe aggredire e ridimensionare sia la disoccupazione che le aree grigie dell’economia. Mentre la capacità di un lavoro di qualità – attraverso cultura, conoscenza ed informazioni appropriate – potrebbe creare nuove miscele innovative e mettere in campo, per i giovani, più robuste capacità potenziali. Serve un impegno sociale della comunità e servono strumenti importanti: economia, sociologia, psicologia, voglia e capacità di fare. Napoli si può rigenerare: l’urbanistica sarà molto utile ma sarà ancor più necessario un matrimonio tra la popolazione e la città. Napoli, la macchina complicata, deve fare uno sforzo per scoprire la seconda stagione della Belle Époque. Dopo una lunga bonaccia dell’economia, serve un futuro capace di lasciare andare il passato all’oblio: un futuro che cento anni dopo, grazie ad una esplosione dell’economia e della società, assai diverse da allora, torni ad essere necessario per una grande Napoli Metropolitana.    

Massimo Lo Cicero, economista UNISOB e Stoà

15 marzo 2017

Un commento per questo articolo “Serve un matrimonio tra la popolazione e la città”

  1. Luciano scrive:

    Sono d accordo ma il problema è che la borghesia illuminata si è defilata dai problemi della città lasciando spazio ad apprendisti stregoni della politica e finti rivoluzionari come il ns sindaco.

 

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