Paolo Frascani – Ordinario di Storia e storiografia della società europea in età contemporanea

A cura della Redazione Nagorà

Che potevano fare i napoletani,  sotto il  fuoco incrociato del sindaco – Panglos – e del leader autoritario, si chiede Marco Demarco? Hanno scelto il racconto   che eccita la loro fantasia, lenisce le ferite, mai sanate, dei loro mali cronici, e  lusinga  il loro orgoglio. Già, ma tra  narrazione e favole di vario genere, sono stati  indotti,  anche grazie al PD locale, a  cambiare bersaglio   attribuendo alla politica nazionale colpe e responsabilità  radicate all’ombra del Vesuvio. Un “piove governo ladro” che sovverte le parti degli attori in scena:  Renzi che inganna la città e de Magistris, lancia in resta, alla testa di un armata di anime belle, ammantato di autonomia e dignità. Una favola senza un lieto fine.  E’ vero, nella politica renziana non c’è posto per i ragazzi perduti  delle “paranze”, ma in questo Renzi non è solo.  I difensori della costituzione  che, oggi,    si riconoscono nelle legittime rimostranze degli studenti,  i prestigiosi  consessi accademici,  custodi della purezza del sapere giuridico, e  gli stessi “movimenti”,   da sempre in campo  a favore delle cause “terzomondiste”, si sono raramente concentrati sui risvolti sociali e culturali dei colpi inferti continuamente alla legalità   da Napoli Gomorra. In realtà la ballata della Napoli libertaria e democratica   non si concilia con le alte  grida  della città violenta e marginale, e, a ben vedere, ne sono consapevoli anche i suoi diretti destinatari. In larga parte astenuti nelle elezioni  per la  riconferma di de Magistris, i napoletani  hanno continuato a farlo (in misura minore) il 4 dicembre. Il fatto è  che essi  conoscono  lo “stato delle cose” e  hanno votato no al referendum non   per  assecondare il sindaco arancione.   Hanno  rifiutato una proposta che trascura le  loro urgenti necessità e lo hanno fatto spinti da rabbia e frustrazione.  Renzi non l’ha compreso mentre de Magistris   finge di non  accorgersi che, superata  la fase referendaria, la patata bollente  del governo di una disastrata condizione urbana   tornerà nelle sue mani e la “città felice” che si autogoverna, comincerà a  chiedergliene  conto. Ma per farlo, i napoletani dovranno  guadarsi  allo specchio e cominciare ad assumersi le proprie responsabilità distinguendo, in primo luogo, tra libertà ed arbitrio.

15 dicembre 2016

 

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