Paolo Macry – Ordinario di Storia Contemporanea Federico II

A cura della Redazione Nagorà

Il sortilegio che ci immobilizza

Tempus fugit, diceva Virgilio. La vita fugge, ripeteva Petrarca. Virgilio fu sepolto a Napoli, Petrarca visitò più volte la città. Se, redivivi, i due vi tornassero oggi, potrebbero forse compiacersi di fronte a un corpo di donne e uomini che sembra aver preso alla lettera quell’aurea massima. Il tempo, a Napoli, appare frenetico, rapido, talvolta pazzoide, una folla in moto perpetuo, le auto lanciate a tutta velocità contro pedoni inermi, i baretti che brulicano come formiche, gli abusivi che si moltiplicano, le file violate dalla fretta agli sportelli postali. La città è impaziente.

Ma questo è il tempo privato. Il tempo pubblico invece, malgrado l’ammonimento dei poeti, trascorre con inaudita lentezza. Il Palazzo sembra ignorare la nozione stessa di tempo. I cantieri di un metró iniziato nel remoto 22 dicembre 1976 dormono lungo le piazze principali. Il tunnel che da Fuorigrotta dovrebbe portare al Plebiscito procede a piccoli passi infantili fin dal 1990. I sogni covati sulla grande spianata dell’ex-Ilva languono da vent’anni. Il palazzo Guevara rimane com’era nel 2013: sventrato, deserto. I monumenti impacchettati si rassegnano a una vita trascorsa all’ombra delle impalcature. Tutto ciò che compete alla mano pubblica appare immobilizzato da una specie di sortilegio, come nelle fiabe. O procede con ritmi sovrumani, con ritmi cioè che prescindono dall’umana finitezza. C’è chi dice che gli amministratori locali non portino l’orologio. Aprono cantieri, ma non li chiudono. Inaugurano pezzi sparsi di opere pubbliche, ma mai l’opera completa. Annunciano investimenti e riqualificazioni, ma subito se ne dimenticano.

E dunque com’è Napoli, un anno dopo? Risposta: com’era un anno fa, due anni fa, tre anni fa, e via dicendo. Qui, le autorità pubbliche sembrano appartenere a un’era geologica che non è quella del Terzo Millennio. I loro movimenti sono impercettibili. La loro efficienza irrisoria. Non esiste la deadline, cioè il punto oltre il quale si è fuori tempo massimo: a Napoli il tempo è lungo, mai massimo. E naturalmente di una simile patologia soffrono tutti, ma più degli altri soffrono i napoletani stagionati, donne e uomini di terza età, gli anziani, coloro che mestamente cominciano a chiedersi, di fronte all’apertura di un’opera pubblica, se faranno in tempo a vederla finita. Se mai potranno ammirare nuovamente la bellezza di piazza Municipio, dei Quattro Palazzi, di Santa Maria degli Angeli, della Galleria Umberto I. O addirittura della baia di Bagnoli.

15 dicembre 2016

 

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