Paolo Macry, Ordinario di Storia Contemporanea “Federico II”

A cura della Redazione Nagorà

Se Napoli resta in silenzio

Bisogna immaginare una classe di cento studenti. Chiassosa come tutte le classi sovraffollate. E poi il professore che, secondo le regole di quella scuola, mette ai voti il prossimo capoclasse, colui che avrà il compito di segnalare quel che non funziona e provvedere alle riparazioni, di raccogliere i compiti scritti, di ascoltare i problemi e i desideri dei compagni, di distribuire secondo necessità e merito libri e merendine, eccetera. Quel giorno, dopo settimane di accanite discussioni e furibondi proclami tra i candidati capoclasse, sono rimasti in due a contendersi l’ambito scettro. Chi vota per Mario, chiede alla fine il professore, dopo aver fatto silenzio? Si alzano di scatto venticinque mani. Fischi di giubilo e versacci irripetibili accolgono il responso. Il professore conta e prende nota. E chi vota per Gennaro? Si alzano dodici mani. La classe rumoreggia ancora. Il professore da’ un’occhiata ai suoi numeri. Alza gli occhi sulla classe. Sembra perplesso. E gli altri, borbotta tra se e se? Chi non ha votato per nessuno dei due, chiede? Conta le mani alzate. Sono sessantatre.

È singolare, anche se ampiamente prevista, l’immagine che Napoli ha dato di se in occasione del ballottaggio per il rinnovo della carica di sindaco. La grande maggioranza della sua popolazione adulta, per una somma di motivi non di rado ben comprensibili e comunque tutti legittimi, ha rinunciato a recarsi alle urne. Ha disertato la scelta del capoclasse. Due elettori su tre hanno così attestato di non essere interessati alla cosa, di avere di meglio da fare, di non sapere che pesci pigliare. E comunque di non nutrire una preferenza tale nei confronti di uno dei due candidati oppure un giudizio critico tale nei confronti dell’altro da spingerli a uscire di casa, aprire l’ombrello (a tratti pioveva) e recarsi al proprio seggio.

Durante l’ultimo giorno di campagna elettorale, la città era stata percorsa dai galoppini dell’una e dell’altra parte, al Largo del Mercato e a piazza Dante le opposte tifoserie avevano gridato slogan e avevano ballato al ritmo della musica assordante, folle chiassose erano assiepate ai piedi dei due leader, il cielo notturno si era riempito di sontuosi fuochi d’artificio, sembravano gli apparati di festa di altre e remote epoche. E, dietro la festa, si avvertiva o ci si illudeva di avvertire un sentore di politica, idee forti, certezze irremovibili, passioni che si tagliavano con il coltello.

Ma forse era una distorsione percettiva. Quelle adunate si sarebbero rivelate assai poco oceaniche. La gente comune, il grosso dei napoletani erano rimasti indifferenti. In pochi e sia pure ruggenti si erano buttati a capofitto nella battaglia. Tanto rumore per nulla. Napoli, il lunedì seguente al giorno del ballottaggio, si era svegliata con la strana amara sensazione dell’assenza. Due su tre erano rimasti davanti alla tv, erano andati al cinema, avevano preso una pizza col pomodoro, avevano onorato il tavolino del burraco. “Ma io non ho visto niente, non ho visto un accidente!”, si lamenta il contadino di Enzo Iannacci dopo il miracolo di Prete Liprando. Due su tre non ci avevano neppure provato, a vedere il miracolo.

Ora, naturalmente, non c’è che da fare i complimenti a chi ha vinto con tenacia, irruenza e abilità. E concedere l’onore delle armi ha chi ci ha provato ed è stato sonoramente battuto. Ma quella classe di scolari indifferenti è anche una loro sconfitta. Bisognerebbe fare qualcosa subito. La città del silenzio, quel mutismo annunciato ma sorprendente del 19 giugno non sembra davvero un buon viatico. Un poco almeno della disordinata polifonia che Napoli produce quotidianamente (e che contiene creatività e sopraffazione, civiltà e inciviltà, bellezza e degrado) andrebbe armonizzato e riportato alla politica. La partecipazione, nella vita di una comunità urbana, non è un optional.

Paolo Macry – Ordinario di Storia Contemporanea “Federico II”

 

 

 

24 giugno 2016

2 commenti per questo articolo “Paolo Macry, Ordinario di Storia Contemporanea “Federico II””

  1. Manlio Converti scrive:

    La bellezza della democrazia è che il popolo ha sempre ragione di quanto accade. Pensa ai contrasti emersi con la Brexit, regionali e transgenerazionali. Eppure hanno votato in massa. Alle amministrative invece votano pochissimo, ma proprio perché c’è la consapevolezza democratica che il potere ha aspetti sovranazionali e che la maggioranza delle agenzie che oggi hanno potere non sono democratiche. Eppure nessuno pensa di assoggettarle ad elezioni perché, essendo sovranazionali e attualmente in mano ad americani e europei, le vedremmo cedere a cinesi indiani e arabi, che sono in democrazia la maggioranza del pianeta.
    L’ipocrisia e la democrazia insomma…
    Di fatto però la Brexit ha ottenuto un elevato numero di elettori perché appunto su un tema efficace e sovranazionale. Il sindaco chiunque sia porrà essere onesto o meno, al massimo, e cogliere qualche occasione di rilancio internazionale, reclamando, ad esempio a Napoli una o più agenzie europee oggi di dominio britannico, oppure pensare solo alle buche stradali. Quanto potrà veramente essere efficace dipenderà da bagatelle tra ruffiani della politica, dalla libertà delle aziende private e pubbliche di partecipare ai bandi ma soprattutto dai soldi, la cui consistenza e valore dipendono dal mercato, oggigiorno del tutto alieno al controllo democratico.

  2. Francpassarelli scrive:

    è incontrovertibile il dato che con l’introduzione del c.f. maggioritario, comprimendo la libertà di scelta degli elettori, l’affluenza alle urne cala drasticamente. se a ciò aggiungiamo l’infima qualità dei candidati proposti, non ci si deve meravigliare della bassa affluenza alle urne e alla partecipazione “attiva” della cittadinanza alle vicende di governo della città ma piuttosto del senso civico di molti per cui ancora si va a votare. Se fossi uno storico mi chiederei quali sono state le cause che hanno portato al c.d. legge dei sindaci, imposta e mai condivisa dai cittadini. Com’è avvenuto che nel 1993 ci siamo addormentati proporzionalisti (siamo sempre gl’italiani dei ghibellini e dei guelfi (bianche e neri) e ci hanno fatto risvegliare maggioritari? Chi ha così malamente interpretato la volontà popolare? tanto da estenderla, anche incostituzionalmente, al governo dell’intero paese? Ora che si fa? si gira la frittata? cioè, mentre s’impongono candidati che un tempo non avrebbero avuto alcuna chance di essere eletti segretari di una sezione, si pretende dai cittadini anche di sostenerli? Ma che si pretende da una legge che premia la fotogenia alla cultura, la capacità d’imbonitore alla capacità di realizzare il bene comune? A es., in 5 anni de magistris non ha attuato neanche un punto del suo programma 2011 (tant’è che non ha avuto la possibilità di presentarne uno nuovo, essendo intonso quello precedente) e, tanto per non farci mancare nulla, lettieri non ha interpretato il ruolo deputato alle minoranze, cioè si è ben guardato di fare opposizione. E in questo penoso (eufemismo) quadro s’invoca la partecipazione dei cittadini, quando chi è istituzionalmente deputato a partecipare se ne strafrega? Napoli ha una storia millenaria che ha visto sorgere e tramontare intere civiltà, ed è in questa chiave di lettura che interpreto l’assenza dei napoletani alle misere vicende di questa politica locale, connotata da “rivoluzioni arancioni” che si fermano allo stato di famiglia e “opposizioni” che si limitano a percepire la caramella. In sostanza la storia c’insegna che optare per “adda passà a’ nuttata” risparmia inutile e dannose dismissioni enzimatiche epatocitarie (alias o’ fetec fracide). Con profonda stima.

 

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