Valerio Caprara, Storico e critico del cinema

A cura della Redazione Nagorà

Credo che sulla terra e forse anche nello spazio non esista un argomento più fragile del dibattito sulla storia, l’identità, i problemi e le mitografie di Napoli: nel senso che appena lo si sfiora, non importa in quale epoca, con quali intenzioni e da quali pulpiti, riesce quasi sempre a frantumarsi in mille schegge micidiali. Non si può né si vorrebbe impedire, ovviamente, che le cronache dell’odiosamata metropoli abbiano il loro libero corso tra i vorticosi tornanti mediatici, però salta subito agli occhi come le migliori energie e le migliori contingenze debbano superare le forche caudine che puntualmente si frappongono ad analisi e pratiche severe, approfondite, obiettive e per quanto possibile lungimiranti. Come indicano i recenti eventi d’indubbio fulgore promozionale, gli stereotipi napoletani con tutto il loro bagaglio di contraddizioni possono ancora costituire un patrimonio culturale, ma assomigliano a vene d’oro sprofondate nelle sabbie mobili della precarietà quotidiana ostativa di un verosimile sviluppo societario. Un equilibrio in qualche modo auspicabile, in effetti, dovrebbe prevedere che la tumultuosa peculiarità delle risorse ambientali, purtroppo ferita a morte dalla pervasività dell’ipoteca criminale, sia fronteggiata da un categorico imperativo di responsabilità tradotto nell’efficienza delle politiche pubbliche e il coraggio delle imprenditorie private. Peccato che il culto del compiacimento e dell’orgoglio patriottardi che dovrebbe restare confinato nelle espressioni sportive o folkloristiche appaia oggi più burbanzoso e triviale che mai e che puntare il dito contro l’infima qualità del decoro urbano, il trasporto pubblico collassato, la raccolta differenziata ferma a percentuali irrisorie o l’implosione per desolante mancanza di garanzie di sicurezza e utilities fornite ai visitatori del boom turistico (peraltro causato dalla minaccia terroristica gravante sulle tradizionali mete turistiche percepite come esotiche o arcaiche) rischi di passare come atto eversivo ed autolesionistico. Proprio sull’ambiguo concetto di popolo si gioca, tra l’altro, una delle partite più truccate che riguardano il dibattito sui destini cittadini. Non è un caso, per esempio, che gli arcinemici delle serie tv Gomorra, in cui il cosiddetto savianesimo c’entra in fondo assai poco, sostituito dall’innesto dei temi della Bibbia, le tragedie greche e Shakespeare in uno spericolato, ma rigoroso tessuto di fiction, lo usino a sorpresa come elemento negativo. Così, magistrati, sociologi, capiquartiere, scrittori e cineasti impegnati o antagonisti rivendicano il dovere di opere consimili di indicare una via d’uscita morale (!) alle narrazioni che hanno come protagonista il Male e contrappongono le bieche gratificazioni richieste dal pubblico alle esigenze etiche (!) del cittadino… Proprio quell’intruso che la propaganda elettorale ha voluto e ottenuto sottomesso all’arbitrio di un “vittorioso” popolo locale sinonimo, in realtà, di sguaiatezza faziosa, ribellismo stereotipato e campanilismo d’accatto.

 

 

Valerio Caprara

Storico e critico del cinema

 

1 agosto 2016

 

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